02. La città siderale – Alberto Arecchi, Pavia

Dalla piccola finestra si vedeva una distesa di tetti di paglia e stoppie, tra i quali emergevano i palazzi dei signori, come montagne di muraglia, ricoperte da tegole rosse e ornate da orgogliose torri. In alto, sul tiburio più alto delle cattedrali, svettava il simulacro d’un serafino dorato, vestito delle proprie ali, che ruotava dolcemente al soffio di un lieve spiffero di vento.

Nella stanza, due intere pareti erano ricoperte da scaffali di libri, in latino, in ebraico, in greco. Ve n’era anche qualcuno scritto in caratteri esotici, che Opicino non sapeva identificare. Commentari biblici, opere cabalistiche, trattati sui numeri e sull’astrologia, riempivano file intere, insieme a rotoli di carte geografiche e di rappresentazioni della volta celeste. Qualche trattato parlava d’alchimia. Il saggio rabbino che aveva raccolto in strada il giovane si interessava d’alchimia, ma aveva altrove il forno e i suoi materiali. Quello stanzino sui tetti gli poteva essere utile per guardare le stelle nelle notti serene.

Il giovane Opicino s’immerse nello studio di una complessa carta delle costellazioni. Ad ogni aggregato stellare corrispondevano precisi insiemi di simboli, con allegorie attribuite agli angeli, alle sfere celesti, alle feste del calendario. I nomi delle stelle si accompagnavano alle immagini di certi santi. Provò a riprendere su un foglio le forme delle costellazioni. Scrisse accanto a ciascuna i nomi dei santi corrispondenti, poi quelli delle chiese loro dedicate. Ben presto il foglio fu pieno di nomi, di forme e di disegni nei quali Opicino stentava a raccapezzarsi. Si accorse però, non senza stupore, che certi particolari del disegno ripetevano situazioni familiari: le forme di talune costellazioni e le loro posizioni reciproche ricordavano certe caratteristiche della città, gli itinerari per andare da una chiesa all’altra, i circuiti processionali delle grandi ricorrenze.

Mentre era più che mai preso in queste considerazioni, rientra il rabbino.

“Ah, il mio giovane ospite prende interesse ai testi antichi. Ma che direbbero i tuoi maestri, se ti vedessero così assorto nello studio del cielo delle costellazioni e nel suo confronto con altri cieli? Comunque – proseguì con un sorriso d’intesa – poiché questi paragoni ti interessano, ti dirò che sei sulla giusta via. Continua pure, non ti disturberò: la mia biblioteca è a tua disposizione”.

Il rabbino gli mostra i libri, gli offrì stimoli per la ricerca e nozioni di scienze cui mai, prima, il giovane si era accostato. Gli parlò della cabala, facendo notare che molte parole di uso comune sono derivate da lingue semitiche, l’arabo o l’ebreo. Il giovane trovava molto affascinante quel mondo esoterico che gli si schiudeva dinanzi. Sin dall’infanzia aveva avuto interesse ad approfondire le tradizioni della sua gente, ma ora cominciava a cercare paragoni e collegamenti con mondi culturali che gli appaiono tanto diversi. Il contatto con l’Oriente gli faceva sognare avventure a Gerusalemme e in Palestina. Riaffiorarono in lui ricordi di brani biblici, sognava cammelli e leoni del deserto. Mostri fenici e arabi si affiancavano a dragoni, a grifoni, a galli neri, alla terribile Tarasca mangiauomini e alle bisce che avevano popolato i suoi sogni di bambino.

Il rabbino si avvicinò, in silenzio. Osservava i disegni, sembrava commentare tra sé e sé. Pur considerandolo come un maestro, Opicino temeva di affidarsi ad una persona estranea alla Chiesa per delineare un oroscopo della sua città, che desiderava profondamente cristiano, benedetto e permeato della vera scienza: non pagano, ma consacrato dalla vera luce.

Il rabbino Levi si decise ad aiutarlo di propria volontà. Prelevò un rotolo di disegni dal più alto degli scaffali, distese sulla tavola una pergamena grande e ingiallita. Il tratto antico disegnato su quel foglio era diventato evanescente, macchie di muffa rischiavano di farlo scomparire del tutto. Tuttavia, aguzzando la vista, si iusciva a percepire un abbozzo della pianta della città, della Pavia antica, della Ticinum dei primi secoli dell’era cristiana. Annotazioni fitte riempivano i bordi, con calcoli zodiacali, nomi di santi e di reliquie. Il rabbino ruppe il silenzio per spiegare:

“Questa pergamena è una copia d’un disegno molto antico, ormai perduto. Si dice che la prima stesura fosse di mano dello stesso vescovo Ennodio, che tu sai essere vissuto in questa città, or sono più di otto secoli. Ti sembrerà strano, ma è stata la mia famiglia, una famiglia di ebrei, a salvare questo prezioso disegno e a farlo giungere sino ai tuoi occhi. Ora ti spiegherò in breve il principio di interpretazione delle linee e dei calcoli che vi sono tracciati. Dopo di che, potrai studiarlo da solo, quando ti servirà, e potrai trarne le tue conclusioni. Poiché ho visto che sai disegnare e che ti applichi volentieri allo studio di questi arcani, ti lascio il disegno per studiarlo più a fondo e per trarne uno più adatto alla nuova città che cresce, ai suoi destini futuri. Per la tua abilità di disegnatore, facile sarebbe rappresentare insieme le anime dei santi e le immagini di animali misteriosi e la figura della tua Pavia, città oggi miscredente e maledetta ma sino a ieri ricca di potere e di sapienza.

Passeranno i secoli e si perderanno molti di quei monumenti di pietra che tu vedi, non ci sarà più quel serafino dalle ali dorate. Sarà scomparso anche il cagnolino che laggiù, nell’atrio di San Siro, sembra mordere lo zoccolo del cavallo di colui che dirige il sole e che regge lo zodiaco. Rimarranno però i numeri, le proporzioni immutabili che regolano questa città e i suoi destini”.

Questa era una delle narrazioni che un vecchio prete, dai più ritenuto pazzo, amava fare, alla fine del Trecento, in un’osteria della città di Avignone. I suoi ricordi si riferivano alla città di Pavia, ogni luogo veniva “battezzato”, designato a rappresentare qualcosa: una stella, un’energia, una festività, il carattere d’un Santo del calendario. Dal lontano esilio d’Avignone, Opicino si preoccupava di dare un senso coerente al progetto spazio-temporale della propria città, inteso come un flusso storico continuo d’intenzioni e di avvenimenti. Astrologia, allegorie, topografia, storia e destini futuri si fondono in una visione unica, della quale bisognava arrivare a comprendere il senso.

Opicino aggiungeva qua e là anche le feste dei Santi, cercava coincidenze e significati reconditi. Lavorava sui cerchi zodiacali, tentava di interpretare il presente e il futuro d’una situazione politica che gli sembrava disastrosa. L’imperatore Federico II, col suo regno di Sicilia, ma con pretese territoriali nell’Italia peninsulare, alleato dei ghibellini e degli eretici di mezza Italia, gli appariva come un uomo diabolico.

Opicino è stato definito: “un Noé malato che cerca di mettere nella sua Arca di carta ciò che può salvare della terra e di se stesso”.