068. L’astronauta – Gioacchino Di Bella, Salemi (Tp)

Dall’ immenso silenzio siderale,

sospeso tra i mondi della scienza,

ho intravisto con lo stupore

di un bimbo appena nato

la grande bellezza della mia terra.

Era lì, grandiosa e immobile,                                                                

assopita, quasi in disparte,

splendida e ribelle musa,

imprigionata nel suo mare di cristallo,

che ammiccava, sedotta e sorniona,

all’Universo in subbuglio.

Così, senza alcuna resistenza,

fluttuando sull’orbita spaziale,

in me è apparsa come d’incanto

una regia senza regole della memoria,

menzognera e utopico abbaglio

dell’inafferrabile nostalgia.

Nel mio casco d’astronauta

ecco confondersi, e, con forza, stridere,

mille vocii insonni della mia gente,

l’aggrovigliarsi assordante della luce,

proscenio beffardo e innaturale nella Storia,

delle urla belluine e inascoltate

di un popolo depredato e senza tregua.

Ora, scorrevano nell’iride, come forsennati,

il sangue vivo e caldo delle arance,

il verde ingiusto, prepotente,

dell’augusta campagna di novembre, e

ancora, le ormai esanime stoppie

dei rari e riarsi frumenti estivi.

Tutto, ora, mi sembrava un’impietosa onda

che sommergeva di mari, immagini e passioni

quel che in me ricalcava quelle già solcate orme.  

E, implacabili, erano a lambirmi, quasi avvolgermi,

le accese macchie la primavera tinteggianti,

quell’adusta arsura della pelle inerme

che si arrende all’ineffabile insolenza

della voce del sole di furore ribollente.

Nella cruenta melodia della mia isola,

senza avere minima ombra del tempo

che fluisce incessante nelle vene,

ero ormai in balia del vino possente della vita.

Vivevo il sogno delirante dei dolori delle madri,

i fieri e meschini odi inconsapevoli dei figli,

gli inferni e purgatori delle lunghe lontananze,

i peccati e i peccatori senza ritegno

di una Storia che pare straziare carni alle anime,

e, poi, questo tragico travaglio del presente,

la voglia di esser vivi, nonostante.

Tutto ho rivissuto in quel momento,

nel cuore sentendomi nano e poi gigante,

tutto mi appartiene nel profondo

e alla mia Sicilia, in quello e come in ogni istante, ho deciso che, con ogni mia speranza, appartengo.