PRIMA CLASSIFICATA Profumo d’infinito – Maurizio Bascià, Gallico Marina (Rc)

La prima volta che ho visto il cielo stellato avevo poco più di dieci anni: era il 1955 e mio padre, dall’inizio dell’anno, aveva avuto il suo primo importante incarico come direttore di un Ufficio Postale, sia pure molto piccolo e periferico come era quello di Brusson, in Val d’Aosta, mentre mia madre ed io eravamo rimasti a Milano.

         Verso la metà di luglio papà riuscì ad organizzarsi con il padrone dell’albergo presso cui alloggiava, l’Albergo d’Italia, che all’epoca contava appena sei camere, per un trattamento di mezza pensione per un mese, ad un prezzo scontatissimo per tutti e tre e quindi mia madre ed io partimmo da Milano, in treno, per raggiungerlo.

         Furono necessari diversi cambi di treno e diverse ore di viaggio prima di arrivare, all’imbrunire, a Verrès, dove ci attendeva mio padre. Fuori della piccola stazione era pronta per noi una monumentale Citroën 15 cavalli nera, con i parafanghi sporgenti alti ed ondulati sulle ruote anteriori, gli enormi fari ogivali cromati, la ruota di scorta sistemata in un alloggiamento sul cofano posteriore e, ben in vista sul parabrezza, un cartello con una scritta, per me, misteriosa: “NOLEGGIO DI RIMESSA”.

         Quando tutti fummo saliti a bordo, l’autista, un uomo piccolo e magro che quasi si perdeva sugli enormi sedili della macchina, mise in moto il motore e con un gran rombo ci avviammo per affrontare i 16 chilometri che ci separavano da Brusson. Le strade, allora, erano un po’ più attorcigliate di quelle di adesso e pochissimo asfaltate, l’odore della benzina era acre e penetrante… e io soffrivo il “mal d’auto”, perciò, come è facile immaginare, ad un certo punto mi sentii piuttosto male e così fummo costretti a fermarci, alcuni chilometri prima di Brusson, in una zona dove la valle si allarga in ripiani e terrazzi, alternati a ripide scarpate affacciate sull’ Evançon.

Dopo essere sceso dalla macchina ed essermi ripreso un po’, mi guardai intorno, e lo scenario che si presentò ai miei occhi era assolutamente fantastico e di una bellezza incredibile.

         La Luna, quasi al primo quarto, illuminava con la sua luce chiara le nevi eterne ed i ghiacciai del Breithorn e del Rosa che chiudevano la valle verso nord, e le stelle scintillavano, pure e bellissime, in un cielo dove l’oscurità profonda della notte sfumava nel chiarore del giorno ancora sospeso sull’orlo delle montagne ad occidente.

         Sia perché ero ancora un ragazzino, sia perché in città, non mi era mai capitato di far caso al cielo sopra di me, era veramente la prima volta che “vedevo” il cielo e le stelle, e ne restai affascinato per sempre.

         Ci eravamo fermati su un dosso abbastanza alto, dalle curve dolci ed arrotondate, la fragranza intensa dei fiori e delle erbe riempiva l’aria ormai fresca della notte, in sottofondo il frinire dei grilli tra gli abeti ed i pini, i monti possenti protesi in un enorme abbraccio fatto di silenzi e mio padre che tranquillo fumava una sigaretta, chiacchierando con l’autista… poi la campana della chiesa di San Maurizio che, lontano, a Brusson, batteva le dieci… tutto dava un senso di assoluta tranquillità e serenità.

         Il cielo era pieno di stelle, a sud il Sagittario lanciava i suoi strali allo Scorpione ormai basso sull’orizzonte, alta allo zenit scintillava la semplice e pura geometria della Lira con la conturbante bellezza di Vega, il Cigno elegante ad ali spiegate e, solenne, immensa, la Via Lattea attraversava il firmamento… E dove il cielo toccava le montagne, sembrava che le stelle si sciogliessero come scintille luminose nell’azzurro del ghiaccio. Ancora adesso ricordo lo stupore e il senso di meraviglia che provai quando mi trovai immerso in quel maestoso spettacolo e compresi, istintivamente, che per la prima volta mi ero affacciato sull’Infinito, lo avevo sfiorato e ne avevo avvertito il profumo… il profumo di quella tranquilla notte d’estate del ’55 lassù in montagna.

Quando ripenso a mio padre e a mia madre mi piace ricordarli così, felici e sereni, in quella magica notte d’estate, sospesa fuori del tempo, tra i monti e le stelle, al chiar di Luna, vicino a Brusson.